Texte:

# Paula Marschalek Die Türe in eine andere Welt (Text zur Ausstellung Open Doors, März 2023)
# Teresa Schaur-Wünsch Das Atelier im Portrait (Die Presse, 8.5.2021)
# Christoph Huber Smart City
# Günther Oberhollenzer Andere Geschichte(n) 2017
# Leander Kaiser Die Erzählung der Räume
# Leander Kaiser Tale of the Rooms
# Renadde
# Laudatio von Prof. Peter Weiermair zur Verleihung des Volker-Hinniger-Preises und Eröffnung der Ausstellung "Ihre Welt"
# Eleonora Di Erasmo Künstlerportrait



Eleonora Di Erasmo
KÜNSTLERPORTRAIT

Ich möchte schreiben wie ein Maler.
Ich möchte schreiben, als würde ich malen.
Wie ich leben möchte.
Wie ich es vielleicht manchmal schaffe zu leben.
Oder besser: wie es mir ab und zu gegeben ist zu leben,
in der absoluten Gegenwärtigkeit.
Im Ereignis des Augenblicks.
Hélène Cixous1

Ich erinnere mich noch an das Gefühl, das mich überkam, als ich das Atelier von Paul Cezanne in Aix-en-Provence besuchte. Ein hohes Glasfenster erleuchtete ein großes Zimmer, eine Staffelei stand noch an ihrem Platz, schmutzige Pinsel voller Farbe, eine Palette, auf der die von der Zeit eingetrockneten Farben nicht mehr zu unterscheiden waren, Tücher mit fantasievollen indischen Mustern, Gläser, Tabletts, Flaschen.
Jedes Ding lag an seinem Platz, unter einer dünnen Staubschicht, aber alle Objekte schienen noch zu leben, als sei die Gegenwart niemals vergangen. Dieser Raum ließ noch überall die Bewegungen, die Pausen, die Überlegungen, die Geometrien und die Farben dieser satten und wilden Natur erahnen, die von Cezanne in seinen Bildern abgebildet worden war.
Das Atelier schien in seiner Stille zu sprechen und hatte im Laufe der Zeit sein Geheimnis bewahrt. Anke Armandi hat sich entschlossen, die Vielschichtigkeit dieses Geheimnisses darzustellen, mit feinem Pinselstrich des Aquarells diesen intimen und geheimnisvollen Raum zu beschreiben, der zwischen dem Künstler und seinem Werk liegt. So besuchte und porträtierte sie die Ateliers von acht Künstlern, die in Wien leben und arbeiten. In ihrer Grundidee sollte das Künstleratelier den Rahmen ihrer Arbeit bilden, wie in einem chinesischen Schachtelspiel, das aus unterschiedlichen Atmosphären und Weltanschauungen besteht, die doch durch die besondere stilistische Chiffrierung und Wahrnehmung, die die Künstlerin von ihnen gewonnen hat, miteinander verbunden sind. Durch die Darstellung der besonderen Atmosphäre, mit denen diese Orte durchtränkt sind, und der genauen Beschreibung der Objekte, die erstere charakterisieren, hat Anke Armandi von jenen, die in diesen Räumen leben und sie lebendig machen, eine Art "stilles Porträt" geschaffen, beinahe als könnten wir im Nebeneinander der mehr oder weniger leuchtenden Farben, in der vorherrschenden oder zurückhaltenden Präsenz der weißen Flächen, in der unterschiedlichen Anordnung der geometrischen Flächen die Persönlichkeit des jeweiligen Künstlers erahnen.
Menschliche Präsenzen werden aus diesen kleinen "Porträts" ausgeschlossen. Anke Armandi hat versucht, nicht nur den intimen Raum jedes Künstlers für sich sprechen zu lassen, in den sie sich jedes Mal einfühlt, sondern über Bilder auch die unterschiedlichen Sichtweisen eines jeden Künstler darzustellen und durch die eigene Arbeit zu entschlüsseln. So hat die Künstlerin im Porträt des Ateliers von Astrid Bechtold versucht, ihre Palette auf den Farbton Weiß zu reduzieren und den Raum nur anzudeuten, auf eine ähnliche Art und Weise, wie auch Astrid Bechtold ihre abstrakten Bilder schafft.
Um das Atelier von Gerlind Zeilner zu beschreiben, die unaufhörlich mit Farben und Formen spielt, hat sich Anke Armandi hingegen entschieden, leuchtende Farben zu einsetzen und Volumen durch eine überlegte Überlagerung von geometrischen Flächen zu konstruieren. So scheint das Atelier der KünstlerInnen verschiedene Pläne zu beschreiben, gezeichnet nach den Koordinaten eines Raumes und einer inneren Zeit. Es wird zu einer Art Mikrokosmos, der für manche zeitgenössische Künstler nicht mehr nur als ein rein physischer Ort verstanden werden muss: Casaluce/Geiger synusi@ weitet das Konzept eines Ateliers zum "Cyber-Raum", eine Art virtueller Ort, formbar und in ständiger Veränderung. Ludwig Wüst, Regisseur, bindet seine Vorstellung von einem Studio einzig an die Objekte, die Teil seiner Arbeit sind, an seine Filme, Bücher und an den Computer, den er immer in seiner Nähe hat. Der Titel der Arbeiten trägt den Namen des jeweiligen Künstlers, wie es bei Porträts üblich ist, und so scheint es uns, als könnten wir zwischen den auf dem Boden liegenden Blättern, dem Kratzen eines Bleistifts, der über ein Blatt streicht, oder dem leichten Rascheln der Pinsel auf einer Leinwand einen Blick, einen Ausdruck, einen Gedanken sichtbar erleben.

Cixous, Hélène, L'ultimo quadro o il ritratto di Dio (1983),
übersetzt ins Ital. von Monica Fiorini, in cat.
."OEuvres d'être…works of being…opere d'essere",
Roma, Temple Gallery, 2000, p.7.




Eleonora Di Erasmo
RITRATTO D'ARTISTA


Vorrei scrivere come un pittore.
Vorrei scrivere come dipingere.
Come vorrei vivere. Come forse a
volte riesco a vivere. O meglio:
come a volte mi è dato vivere,
al presente assoluto.
Nell'evento dell'istante.
Hélène Cixous1

Ricordo ancora l'emozione che ho provato visitando l'atelier di Paul Cézanne ad Aix-en Provence. Un'alta vetrata illuminava una grande stanza, un cavalletto ancora lì al suo posto, pennelli sporchi di colore, una tavolozza, in cui si confondevano le vernici ormai secche per il tempo passato, teli dai fantasiosi disegni indiani, bicchieri, vassoi, bottiglie. Ogni cosa giaceva al suo posto sotto una sottile coltre di polvere, ma ogni oggetto sembrava ancora vivere come il presente non fosse mai passato. Quello spazio lasciava ancora intuire tutt'intorno i movimenti, le pause, i ripensamenti, le geometrie e i colori di quella natura corposa e selvaggia ritratta nei dipinti di Cézanne. L'atelier nel silenzio sembrava parlare, aveva conservato nel tempo il suo mistero.
Anke Armandi ha scelto di ritrarre le molteplici facce di questo mistero, di descrivere attraverso delicate pennellate ad acquerello quello spazio intimo e segreto che giace tra l'artista e la sua opera. Ha così visitato e ritratto gli studi di otto artisti che lavorano e vivono a Vienna e ha pensato che a fare da cornice ai suoi lavori dovesse essere uno studio d'artista, come in un gioco di scatole cinesi fatto di differenti atmosfere, di differenti visioni del mondo, unite l'una all'altra dalla peculiare cifra stilistica e dalla percezione che di essi ne ha avuto l'artista.
Attraverso la rappresentazione delle particolari atmosfere, di cui sono intrisi quei luoghi, della meticolosa descrizione degli oggetti che li caratterizzano, Anke ha creato dei ritratti silenziosi di coloro che li vivono e li rendono vivi, quasi riuscissimo ad intuire nell'accostamento di colori più o meno accesi, nella prevalenza o meno di spazi bianchi, nel differente incastro di geometrie, la personalità dell'artista che vi lavora. La presenza umana è esclusa da questi piccoli "ritratti", Anke Armandi ha cercato di far parlare non solo lo spazio intimo di ciascun artista, immedesimandosi ogni volta in esso, ma di ritrarre per immagini anche il differente modo che ognuno di loro ha di vedere il mondo e di decodificarlo attraverso il proprio lavoro. Così, ad esempio, se nel ritrarre lo studio di Astrid Bechtold, l'artista ha cercato di ridurre il colore al bianco e di accennare appena gli spazi, nello stesso modo in cui Astrid crea i suoi quadri astratti, per descrivere lo studio di Gerlind Zeilner, che gioca continuamente con forme e colori, al contrario Anke ha scelto di usare colori molto accesi e di costruire gli spazi attraverso uno studiato sovrapporsi di geometrie. Lo studio d'artista sembra così descrivere differenti mappe disegnate sulle coordinate di uno spazio e di un tempo interiori, diventa una sorta di microcosmo che per alcuni artisti contemporanei non è più da intendersi necessariamente come uno spazio fisico, basti pensare a Casaluce/Geiger synusi@ che estende il concetto di atelier a quello di cyber-spazio, una sorta di luogo virtuale malleabile e in continua trasformazione, o a Ludwig Wüst, regista, che, al contrario, lega la sua idea di studio unicamente agli oggetti che fanno parte del suo lavoro, ai suoi film, ai libri e al computer che tiene sempre vicino. Il titolo dei lavori riporta il nome di ogni artista come avviene per i ritratti, così che ci sembra quasi di visualizzare tra i fogli stesi sul pavimento, tra il suono ruvido di una matita che scorre su un foglio o il leggero fruscio dei pennelli su una tela, uno sguardo, un'espressione, un pensiero.

Cixous, Hélène, L'ultimo quadro o il ritratto di Dio (1983),
trad. it. di Monica Fiorini, in cat.
."OEuvres d'être…works of being…opere d'essere",
Roma, Temple Gallery, 2000, p.7.
Eleonora Di Erasmo